RITRATTI D’IGNOTI

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siamo ciò che guardiamo

Vi porto con me in questa ricerca sull’identità, sull’inconscio, sulla memoria. Ritratti d’ignoti è il collage di immagini con cui provo a raccontare un’identità e una collettività insieme: ognuno degli ignoti che dipingo racchiude, più o meno esplicitamente, un volto, un corpo, una storia.

Non do mai la verità di un ignoto: la nascondo nel simbolo, perché il simbolo non mostra, ma interroga chi guarda. Mi piace pensare che ogni ritratto entri nella stanza come un viaggiatore misterioso, pronto a raccontarsi solo a chi saprà riconoscere, nell’enigma dei suoi segni, se stesso.

Con questi ritratti cerco l’uomo oltre l’immagine, un’identità che nel mondo digitale si è ormai disconnessa dal mondo reale. Siamo noi, creando il nostro mondo digitale, ad aver plasmato nuovi idoli e una nuova memoria collettiva; ma quella realtà non segue più le leggi fisiche della terra, e ha iniziato a inglobare e cannibalizzare il mondo reale, fino a manipolarne il corso.

Il ritratto dell’uomo contemporaneo che ne risulta non è più uno scatto dell’istante, ma un collage di immagini e informazioni: un’identità digitale globale che ci mette in mostra, vincolata a un medium che può distorcerne gli attributi e il significato. Usare questa come unica fonte della percezione e della comunicazione ci ha fatto perdere intimità e personalità, a vantaggio di una plasticità e di un’artificialità che ci alienano fino a cancellare la nostra natura più profonda.

Da qui nasce la domanda che mi porto dietro da anni: come rappresentare un ritratto contemporaneo che definisca l’immagine di un’epoca, senza per forza volerla spiegare?

Metto in dialogo corpi e volti di persone volutamente ignote, private di ogni caratteristica che le renda associabili a persone o contesti specifici, per rendere l’uomo in maniera simbolica, non rappresentativa, lasciando a chi guarda lo spazio per riconoscere una figura familiare. Non sono segni che nascono da un progetto razionale: nascono dall’inconscio, mio e di chi guarda, ed è lì, prima ancora della lettura cosciente, che ogni ignoto trova chi saprà riconoscerlo.

Le immagini nascono dalla sovrapposizione di segni netti e campiture di colore omogenee, costruite su un reticolo geometrico ispirato alla curva di Fibonacci e sulla linea continua: non voglio celebrare altro che l’essere umano e i suoi stati emotivi, attraverso il ritmo delle curve e i toni cromatici. Le raffigurazioni sono volutamente semplici, ma l’immagine non è mai un solo significato: racchiude messaggi simbolico-geometrici che compongono insieme volto e corpo del soggetto, ed è per questo che il valore dell’opera sta in chi sa leggerla.

Chiamo tutto questo un realismo artificiale: filtra e modifica la realtà, rendendo chiara sia la figura umana sia l’artificialità che la compone. Nei miei quadri convivono un’identità umana reale e un soggetto quasi metafisico.