Bio

Oltreombra (Lorenzo Michelin, Monfalcone, 1993) è un pittore formatosi fuori dall’accademia, tra la strada e lo studio con i maestri Alberto Parres e Kano Tatsunori, lungo un percorso che da Marsiglia e Parigi arriva fino a Milano. La sua ricerca cerca l’umano oltre la fisicità individuale: volti che nascono dall’inconscio, stati dell’anima più che persone. Ogni opera è un pezzo unico.


Lorenzo Michelin (Monfalcone, 1993) dipinge con il nome di Oltreombra. Cresce in una città industriale del Friuli, ma è un’infanzia fatta di viaggi a formargli l’occhio: paesaggi, culture e opere assorbite presto diventano un alfabeto interiore. Da adolescente il primo linguaggio è la strada — le bombolette, i muri grigi come tele, la firma notturna di OMBRA, in dialogo con i writer misteriosi delle stazioni.

La sua è una formazione da viaggiatore, non da accademia. Studia il segno e la tecnica accanto ai maestri Alberto Parres e Kano Tatsunori, e soprattutto attraverso le città che attraversa: Urbino, Aix-en-Provence, Marsiglia — dove l’iconografia rinascimentale incontra il colore provenzale e il tratto deciso della street art — e poi Parigi, Bologna, Roma, oggi Milano. Ogni luogo lascia un deposito di colori e forme che continua a riaffiorare nella sua pittura.

La svolta è Parigi. È lì che il lavoro passa dai muri alla tela — una superficie che il tempo non cancella né ricopre — e che un’esperienza al limite tra la vita e la morte cambia il senso stesso del suo dipingere. Da quell’esperienza nasce il bisogno di costruire “un archivio di immagini”, e con esso il nome Oltreombra: un gioco di parole per non nominare direttamente la luce intravista. La pittura diventa cura e ossessione; la notte, il tempo dell’introspezione.

Da qui prende avvio Ritratti d’ignoti, la ricerca che ancora oggi guida il suo lavoro: volti e corpi che non nascono da fotografie né da persone reali, ma dall’inconscio. Non descrivono i connotati di un individuo — ne cercano l’identità per segni e simboli, stati universali dell’anima più che ritratti. È un metodo vivo e itinerante: colori e forme cambiano con la città in cui vive e con le persone che incontra, e ogni opera resta un pezzo unico e irripetibile. Attorno a questo nucleo crescono le altre serie — Blu Affondo, sedimentazione del tempo e del colore in infinite stratificazioni di azzurro; i Murales, radice mai abbandonata; Flags, reazione civile ai conflitti del presente.

Tra il 2018 e il 2022 espone in sei collettive e quattro personali, in Italia e all’estero — da Atene a Genova, da Roma a Bologna, fino alle personali friulane e al ciclo Le Parche Clementi. Dal 2022 sceglie di sottrarsi alle mostre per lasciar maturare un discorso più compiuto, senza mai smettere di dipingere: circa quaranta opere l’anno, un corpus che cresce nello studio in attesa di essere mostrato.